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cover Gratta & Piangi (mentre lo Stato “chiagne e fotte”)

Gratta & Piangi (mentre lo Stato “chiagne e fotte”)

Il Decreto Dignità è legge: grattando sotto la superficie,
scopriamo che introduce il divieto di pubblicità per giochi e scommesse

Ne abbiamo sentito tanto parlare. Il 9 Agosto è stato convertito in legge il Decreto Dignità. Ma forse non ci abbiamo dato troppo peso. Come biasimarci. Era un venerdì d’agosto, le vacanze in vista, i biglietti in tasca: Riccione per i più pop, il Salento a chi crede nell’umanità, l’Islanda agli hipster. Sulle dolomiti, i nostalgici degli anni ’80. 

D’altronde, il Decreto Dignità parla di lavoro, giusto? 

Giusto, fino all’Articolo 8 è così. Ma all’articolo 9 si parla invece di pubblicità. O meglio del divieto di fare pubblicità. Per la precisione, il decreto introduce nel nostro Paese il divieto di pubblicità per giochi e scommesse. Avete capito bene. Da Agosto è vietata qualsiasi forma di pubblicità, anche indiretta, relativa a giochi o scommesse con vincite di denaro, comunque effettuata e su qualunque mezzo. Sono incluse le manifestazioni sportive, culturali o artistiche, le trasmissioni  televisive o radiofoniche, la stampa quotidiana e periodica, le pubblicazioni, le affissioni e internet.

Boom. In Italia non esiste più la pubblicità del gioco d’azzardo. Quasi. Perché ovviamente lo Stato pensa alle proprie tasche, dato che ogni anno incassa miliardi in gettito erariale dal gioco. Sono infatti escluse dal divieto le lotterie nazionali a estrazione differita (per esempio: la Lotteria Italia, che a questo punto avrà il monopolio pubblicitario del gioco). 

Dal 2019 il divieto  si applicherà anche alle  sponsorizzazioni e più in generale a tutte le altre forme  di comunicazione di contenuto promozionale. E si rischia grosso: la sanzione prevista è del 5% del valore della sponsorizzazione o della pubblicità, con un minimo di 50.000 Euro. A controllare, l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. 

Certo, c’è tempo per adeguarsi. I contratti pubblicitari o di sponsorizzazione in essere potranno essere portati a scadenza. “Purché entro un anno”. Sembra una barzelletta. Come la classica email del venerdì mattina alle 11.30: “Tranquillo non c’è fretta, basta che sia pronto per oggi pomeriggio…”.

La ratio del decreto è lodevole e condivisibile: combattere la ludopatia, una terribile malattia conclamata in oltre 12.000 persone nel 2017 (fonte: Sole24Ore), e che secondo alcune associazioni vede oltre 500.000 persone a rischio in tutto il Paese, con riflessi devastanti su individui, famiglie e comunità. 

Ma veramente il divieto di sponsorizzare “manifestazioni sportive, culturali o artistiche” tratterà i giocatori dal cadere nella trappola dell’azzardo patologico? Sarà una scritta su una maglia a farci affogare nella disperazione del gioco senza freni? Non è certo la pubblicità ad aver trasformato i tabacchini di paese in sale scommesse, e per chi scrive la lotta alla ludopatia non può passare solamente attraverso i divieti. Il rischio è che - in assenza di una vera analisi di costi e benefici - qualcuno gridi alla mossa populista. 


Anche perché questo divieto verrà pagato - oltre che dai pubblicitari e dai media (“non ti curar di lor, ma guarda e passa”) - soprattutto dal mondo dello sport. Un mondo che ha sempre meno risorse per espletare funzioni sociali essenziali, tra cui promuovere uno stile di vita attivo e favorire l’aggregazione, fattori che aiutano a combattere tante patologie, anche sociali. 

Se per le piccole realtà sul territorio non abbiamo dei numeri facilmente leggibili, è ancora una volta il mondo del calcio che ci dà una misura del fenomeno. 

Nella stagione 2017/2018, sono state dodici le società di Serie A che hanno goduto di un accordo di sponsorizzazione con aziende del comparto betting, il quinto settore come investimenti nella classifica delle sponsorizzazioni di maglia nelle maggiori leghe europee. 

Eppure la pubblicità del betting non è pervasiva. Dal punto di vista commerciale, secondo Calcio e Finanza, su un totale di 681 accordi di sponsorizzazione in Serie A, il 2% riguarda il betting, in un mercato in cui gli investimenti pubblicitari sono dominati dalle aziende di servizi e dal comparto alimentare. La percentuale è importante, anche se comunque più bassa rispetto alla media delle 10 maggiori leghe calcistiche d’Europa, dove le sponsorizzazioni con aziende di betting sono il 4% in media. Quanto valgono questi investimenti? Per il “World Football Report 2018” di Nielsen Sports, negli ultimi dieci anni il totale degli investimenti riversati sui sei maggiori campionati europei di calcio da parte delle società di betting è stato di oltre 600 milioni di dollari. 

D’altronde, se il trend pubblicitario è omogeneo sul mercato europeo, non altrettanto si può dire delle normative. Con l’introduzione del divieto di pubblicità a giochi e scommesse, l’Italia diventa un caso unico tra i principali mercati dello sport dell’Europa. Cosa tratterà dunque i colossi del betting dal redistribuire i loro budget pubblicitari? Quel che non si può spendere nel Bel Paese, finirà altrove, con buona pace di tutti noi. 

Le reazioni non mancano, e se un merito l’ha avuto, questo decreto, è stato quello di far produrre un raro statement congiunto dalle più importanti leghe sportive del paese che, superati i campanilismi, hanno dichiarato in modo corale: "Lega Serie A, Lega Serie B, Lega Basket e Lega Pallavolo Serie A Maschile e Femminile esprimono unanimemente la propria preoccupazione sull’impatto che il divieto di pubblicità e sponsorizzazioni per giochi e scommesse con vincite in denaro avrà sulle risorse dello sport italiano, professionistico e amatoriale, e chiedono di essere coinvolti nel processo di riordino del settore del gioco d’azzardo.

Il rischio è che vengano a mancare risorse economiche importanti, non solamente ai top club ma anche alle leghe ed alle federazioni, che quei soldi poi li riversano a favore dello sviluppo dello sport di base. 

Funzionerà il proibizionismo? Ha forse mai funzionato? Siamo pubblicitari, e dovremmo quindi rispondere che saranno i dati sul gioco a dircelo, tra qualche anno. Per il tabacco ha funzionato, diranno alcuni, eppure la diminuzione del fumo non si spiega con il divieto di far pubblicità, e c’è sicuramente una differenza tra le sigarette (anche un solo tiro fa male, anche il fumo passivo uccide) e un gratta e vinci. 

Guardando indietro invece che avanti, sembra facile fare delle previsioni. Il gioco è forse uno dei principali fenomeni anti-ciclici, che aumentano la propria incidenza nei momenti di crisi economico-sociali. Vietare la pubblicità del gioco non risolverà certo i problemi sociali alla base del fenomeno. Più le cose vanno male, più ci si getta tra le braccia del fato. Alla fine vince sempre il banco: lo sanno tutti ma questo non cambia niente. Il massimo sviluppo del gioco d’azzardo in Europa si ebbe nel ‘700, contemporaneamente alla stagione dell’Illuminismo. Imparavamo a fidarci nella ragione e a far di conto, e al contempo ci giocavamo tutto al lotto. Siamo fatti così, d’altronde. Citando Mark Twain: "Adamo era semplicemente un essere umano e questo spiega tutto. Non voleva la mela per amore della mela. La voleva soltanto perché era proibita.” 

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