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Eco-sustainability and innovation: how retail can and wants to take part in the change

Partiamo dai numeri 
 

51 miliardi di euro il volume di affari generato da Centri Commerciali e Factory Outlet in Italia;
2 miliardi le presenze annue;
2,1 i milioni di tonnellate di imballaggi di plastica utilizzati ogni anno dagli italiani.

Se consideriamo le affluenze registrate dai Centri Commerciali, risulta vincente l’utilizzo di tali spazi per raggiungere un ampio target trasversale con cui condividere anche valori sociali e tematiche di attualità che riguardano l’interesse collettivo.

Nello specifico, una delle più importanti tematiche dei nostri giorni è sicuramente l’inquinamento dei mari e, di conseguenza, la necessità di acquisire una nuova consapevolezza verso l’ecosostenibilità, cercando di includerla quanto più possibile nelle strategie d’impresa a medio e lungo termine.

I Centri Commerciali affrontano la questione da due differenti punti di vista: da un lato, si impegnano a contribuire alla causa seguendo le direttive e le tecniche di bioedilizia per ottenere importanti certificazioni ambientali (BREEAM e LEED), dall’altro direzionano la comunicazione e l’intrattenimento per avvicinare gli utenti al tema con un approccio divertente ed esperenziale: l’”edutainment”, di cui si sente parlare spesso da un anno a questa parte.
 

Bioedilizia: un investimento a 360°
 

In un’era in cui siamo sempre più spinti ad intervenire attivamente per cambiare la sorte delle risorse naturali, anche il commercio e l’edilizia pongono l’attenzione sul risparmio energetico e l’utilizzo di materie prime naturali. Ed è proprio l’utente a chiederlo, dimostrando che nell’esperienza di acquisto non conta solo che i prodotti che compra siano etici, ma anche che il luogo fisico in cui fa shopping sia sostenibile.

I numeri oggi ci dicono che sono quasi 30.000 i progetti certificati in tutto il mondo tra edifici commerciali, scuole, edifici industriali ed altre tipologie. 

Se i due più importanti protocolli ambientali, BREEAM e LEED, nascono in contesti culturali e legislativi differenti, il primo nel 1990 in Gran Bretagna e il secondo nel 1993 negli Stati Uniti, sono tuttavia accomunati da un sistema di certificazione volontaria e da un elenco di requisiti che devono essere obbligatoriamente soddisfatti. Quanto questi requisiti vengano rispettati decreterà il punteggio dell’edificio. 

Nonostante si possa pensare che questi protocolli intervengano solo a progetto finito, in realtà sono ormai diventati vere e proprie guide di supporto alla progettazione, costruzione e gestione del progetto stesso, incentivando l’innovazione puntando al ritorno degli elevati investimenti iniziali che vengono richiesti. I maggiori costi iniziali, infatti, vengono facilmente compensati dai risparmi che nel tempo si ottengono in termini di costi operativi, aumento della produttività di chi vive e lavora in un ambiente più sano e in termini di valutazione economica degli immobili.

Naturalmente l’investimento è da considerarsi non solo economico ma anche strategico, questo perché l’attenzione all’ecosostenibilità è ormai un mezzo per comunicare la responsabilità sociale di impresa e i valori aziendali, al punto che LEED nell’esprimere la sua missione si definisce “market-driven”. Ed è proprio questo lo standard estero in assoluto più utilizzato in Italia (con 25 edifici già certificati e oltre un centinaio in corso di certificazione) che ha il primato di aver certificato, in seguito alla sua riqualificazione, l’edificio più antico del mondo: la sede dell’Università Ca’ Foscari a Venezia (1453).

Tra gli edifici italiani certificati troviamo già anche diversi Centri Commerciali come, per esempio, “Il Centro” ad Arese, con la sua copertura in “Glulam”, legno realizzato con materiali sostenibili, il centro di Formigine di Coop Alleanza 3.0 con banchi frigo dotati di sistemi per il recupero di energia, una parete verde che assorbe le emissioni di anidride carbonica, l’Albero del riciclo per il conferimento della plastica e i “solar tube” che catturano la luce naturale e la convogliano verso l’interno; quest’ultima soluzione tecnologica è alla base della realizzazione del più grande parco sotterraneo del mondo nel sottosuolo di Manhattan, “LowLine”, che riqualificherà la vecchia linea della metropolitana in disuso e sarà inaugurato nel 2021.


“Il Centro” ad Arese


Centro di Formigine Coop Alleanza 3.0

Recupero, riciclo e innovazione
 

Largo al verde dunque, anche in luoghi dove era ormai impensabile rivederlo, perché se è vero che la natura ha già alcuni assi nella manica, grazie ad organismi capaci di smaltire biologicamente la plastica come la tarma della cera, scoperta casualmente dalla scienziata italiana Federica Bertocchini, o del fungo “Aspergillus Tubingenis”, isolato in una discarica del Pakistan, la parte principale spetta all’essere umano. 

Anche perché la plastica va gestita su due fronti: il primo recuperando tutta quella già presente nei mari, il secondo riutilizzandola prima che ci arrivi. E a lanciare l’appello è proprio Boyan Slat, il giovane olandese appena diciannovenne che ha fondato la “Ocean Cleanup” per raccogliere i rifiuti plastici in mare sfruttando le correnti oceaniche. 

Barriera galleggiante di "Ocean Cleanup"

Cinque anni di studi lo hanno portato al debutto di una rivoluzionaria impresa che grazie all’ "Ocean Array Cleanup”, un sistema di barriere galleggianti di due chilometri, mira a neutralizzare il Pacific Trash Vortex, la più grande isola di plastica nell’oceano Pacifico. Le barriere dovrebbero convogliare i rifiuti verso piattaforme che fungono da imbuto e permettono alle barche di andarli a recuperare una volta al mese.

Entro il 2020 l’obiettivo è di posizionare 60 di queste barriere in differenti aree del pianeta e autofinanziarsi grazie alla vendita della plastica raccolta, considerato che le modalità di riutilizzo sono potenzialmente infinite. “Dobbiamo pulire, ma dobbiamo anche prevenire che la plastica entri negli oceani. Meglio riciclare, meglio usare questi materiali in creazioni di design e regolamentare questi rifiuti. Abbiamo bisogno di combinare queste soluzioni”, ha dichiarato Boyan Slat e le grandi aziende del retail non si tirano indietro. 

Una su tutte Adidas, sempre “sul pezzo” con strategie di marketing e attenzione alla user experience, che nel 2018 ha venduto 1 milione di scarpe fabbricate con la plastica raccolta dagli oceani, in collaborazione con la ONG Parley, grazie alle 3 nuove versioni del suo modello “UltraBoots”, ognuna delle quali ha riutilizzato 11 bottiglie di plastica per scarpa.

"UltraBoots" Parley

Come detto in apertura, anche all’interno dei Centri Commerciali il tema riscuote molto interesse, soprattutto se trattato con uno spirito propositivo, coinvolgendo i più piccoli con laboratori e attività divertenti, ma anche gli adulti creando engagement che unisca strumenti digitali e creatività, e dando la possibilità di partecipare attivamente ad una causa tanto sentita.

La formula per rimediare e ridurre i danni ambientali quindi unisce recupero, riciclo e riutilizzo, liberando l’immaginazione di vecchie e nuove generazioni, le quali si divertiranno nell’immediato e ne beneficeranno nel futuro. Noi come agenzia abbiamo già iniziato questo percorso: alla fine basta un’idea per cambiare il finale!

Se vuoi saperne di più vai su www.ecocentrati.it.

fornace morandi, sede di YAK Agency ABOUT YAK

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